Posted on: 16 Aprile 2020 Posted by: gabriel1 Comments: 0
vendi napoli e poi muori - www.edizionimagmata.info

Gennaro Ascione

Vendi Napoli e poi muori

La napoletanità era scomparsa. E la morte era sulle tracce di chi ci aveva speculato su. La cosa destò clamore quando fu chiaro che gli omicidi erano tutti collegati tra loro. La terza vittima, Claude Cannavale, fu ritrovata in un appartamento di Via dell’Anticaglia, soffocata con un cuscino intriso della sua bava.

8:23 del mattino.

Sabato 19 ottobre, anno XXV della Rivoluzione.

Seguitissima fashion blogger, Claude era in città per un reportage sugli hipster napoletani: barba amish, vistosi tatuaggi, immancabili baffi arricciati, orologio dorato al polso, un bulldog francese al guinzaglio… come nel resto del mondo.

Eccezion fatta per il tratto saliente di questa particolare declinazione della subcultura hipster: la predilezione per la musica neomelodica, sia classica sia d’avanguardia, unita a una vita passata in scooter, con tutte e due le gambe sullo stesso lato della sella invece che su una bicicletta sgangherata e senza rapporti.

Il che li rendeva degni di stima.

Giunti alla ribalta delle cronache planetarie quando la faida tra clan aveva coinvolto i Barbudos di Ponticelli, gli hipster napoletani erano stati erroneamente associati dalla ridicola stampa nazionale a dei nuclei estremisti di combattenti islamici, per via della folta livrea ispida che ne confondeva i tratti somatici.

Di fronte a tanta superficialità, però, Claude non si era fatta saltare la mosca al naso.Lei sapeva benissimo che gli hipster napoletani non avevano nulla a che fare con il jihad.

Tant’è che 5 tra i possibili titoli per il suo articolo aveva prefigurato qualcosa che suonasse come The Camorrhipsters: enjoy a lethal outfit.

O forse il meno aggressivo Zipster: dress as you drive. Idee che non fecero in tempo a trovare nessuna forma di espressione, tuttavia.

Non un appunto né una nota vocale, un rigo inviato in una chat.

Niente di niente.

Qualcuno glielo aveva impedito.

Recensioni

il manifesto - edizioni magmata

Alla pari di ideologie e pregiudizi, lo stereotipo produce la realtà, poiché possiede efficacia simbolica. Le concezioni della realtà e i sistemi di valori a essa associati orientano le azioni degli esseri umani. Con una formula cara a Ernesto de Martino, la napoletanità esiste se e poiché tutto accade come se esistesse. Analizzarne l’efficacia simbolica significa dunque analizzare come lo stereotipo si fa storia, determinando la realtà economica e sociale.

LO STEREOTIPO

però, notava Amalia Signorelli, provoca irritazione. In chi lo usa, poiché dovrebbe ammettere di ragionare per stereotipi. E a maggior ragione in chi ne è oggetto, nessuno è contento di vedersi ridotto a una o due caratteristiche della propria identità e fissato a esse per sempre. E Napoli è la città inchiodata ai suoi stereotipi e spesso in contraddizione fra essi. Ma, da almeno due lustri, la napoletanità è nuova gallina dalle uova d’oro. A dispetto di Nitti e della sua Legge per Napoli del 1904, secondo cui col turismo non si fa economia, essa è business, ma anche turistificazione e gentrificazione. Si cominciano oggi a studiare gli effetti del turismo sulla città, nelle forme di autoriflessione sulla immagine e sulle sue modificazioni. La ritrovata vocazione fa certo eco alla Napoli meta del Grand Tour alla ricerca delle radici culturali e della bellezza estasiante dell’Europa, tanto da mozzar il fiato a Goethe, confessando «vedi Napoli e poi muori».

La Repubblica - edizioni magmata

Quanto ambigua fosse la napoletanità, divenuta nel tempo un concetto esclusivo gonfiato fino a sentimento di fiero orgoglio di una piccola borghesia cittadina sempre arroccata nella difesa ossessiva della propria identità, Raffaele La Capria lo aveva ben indicato in “L’armonia perduta”. La mania oggi è divenuta oltremodo maniera, una rappresentazione kitsch e incontrollabile che è al centro del romanzo “Vendi Napoli e poi muori” (Magmata) di Gennaro Ascione, sociologo che inserisce le sue analisi in un’opera tentacolare, apocalittica.

Siamo in un futuro non troppo lontano, che ha molti tratti riconoscibili con il presente, è l’Anno XXV della Rivoluzione, ovvero Napoli è governata da “Illuminados” che difendono strenuamente l’essenza della città. Un pensiero critico, qualche dissenso, e il rischio è di incappare nella Crimen laesa napoletanitas.

Un’amministrazione populista si bea della propria immagine plastificata tra tour nei vicoli riqualificati, applicazioni per comporre pizze a proprio piacimento, gabbiani-cyborg nel cielo azzurrissimo perfetti per suggestivi selfie cartolina, ai quali è anche affidato controllo e smistamento dei rifiuti per evitare emergenze che potrebbero infangare il buon nome della città e tenere lontani i turisti. Intanto accadono strani delitti (della fashion blogger Claude Cannavale, dell’antropologo Maldonato, del futurologo Valdemàr e di altri) in una Napoli diventata RANA, Repubblica Autonoma di Napoli, dopo una marcia su piazza del Plebiscito con tanto di rivoluzionari che hanno issato una gigantografia di Maradona che indossa «un dolcevita mimetico». È la Napoli libera e liberata, soffocata da oleografia cool, che più si guarda allo specchio e più perde identità, un romanzo iperrealista che riporta alla stagione di opere-metafora come “Il pianeta irritabile” di Paolo Volponi per capire la direzione presa dal presente.

– pier luigi razzano

il mattino - edizioni magmata Napoli, i napoletani, la napoletanità, il Napoli: temi ricorrenti – così ricorrenti, da ampliarsi e amplificarsi a dismisura, da essere privati (ove esso esista davvero in maniera univoca) di un loro riconoscibile significato. E non solo: perché questa narrazione oramai sgranata viene spregiudicatamente usata da una parte e dall’altra, dalla politica e dai giornali, in modi talvolta anche contraddittori e pretestuosi. 

 

Insomma, la verità è che di Napoli e di quanto le concerne bisognerebbe forse cominciare a parlare un po’ meno, o farlo muovendo da nuovi ragionamenti. 

 

A tentare una riflessione con un approccio differente è, ad esempio, Gennaro Ascione – scrittore e docente di sociologia, che con il suo libro “Vendi Napoli e poi muori” si pone alcune questioni inerenti appunto a quella narrazione e ai termini che la accompagnano. 

 

Uno su tutti, la napoletanità. 

 

Prima di entrare almeno un po’ nel merito, segnaliamo che il libro sarà presentato questa domenica (il giorno 7 luglio) alle 20, nel giardino romantico di palazzo reale, nell’ambito degli eventi del Dopofestival del Napoli Teatro Festival; con l’autore – in un intreccio di parole, canto e musica – ci saranno il maestro Salvatore Palomba che presenterà il romanzo, Lino Musella che ne interpreterà alcuni brani, Marco Vidino che li accompagnerà al mandolino elettrico. 

 

Ascione ha dunque guidato la propria scrittura tra i complessi temi in questione – che, narrativa a parte, innescano ovviamente anche considerazioni politiche, antropologiche, sociologiche; e ha articolato la propria storia muovendo appunto dalla napoletanità che, in un momento in cui la città è sconvolta da alcuni fatti di sangue, finisce con lo scomparire.

 

Questa scomparsa disorienta tutti, sottrae agganci per facili prese di posizione, mette in crisi sia le posizioni di coloro che la usano per censurare la città sia di coloro che la usano per giustificarsi. 

 

Come finirà, lo si saprà solo leggendo il libro. 

 

Ma, in conclusione, concediamoci anche noi di indulgere all’irresistibile richiamo calcistico: pure sul Napoli Ascione fornisce una propria lettura, che cerca di emendare il rapporto tra squadra e città dai tratti più folkloristici.

 

E poi, promessa non da poco da fare ai lettori tifosi, assicura di svelare le ragioni di un’annosa questione: perché, nonostante la protezione di san Gennaro, il Napoli non vince lo scudetto (e lo vince sempre, invece, qualcun altro)? 

csoa cox18 - edizioni magmata
Gennaro Ascione, trentunenne impegnato presso l’Istituto Universitario Orientale di Napoli a indagare il “rapporto costitutivo tra scienza e modernità come grande narrazione”, in questo romanzo che mescola il fantascientifico al giallo, il realismo alla critica sociale, racconta di un futuro possibile, scardinando gli attuali discorsi su Partenope fondati su termini come “napoletanità” e “rivoluzione”. Sfondare il populismo, dare la caccia all’“hipster alla napoletana”, parlare di gentrificazione senza provocare colpi di sonno fra gli astanti: grazie a Gennaro, e grazie agli amici della casa editrice Magmata per aver pubblicato un altro dei loro originali libri!

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